Scegliere chi diventare

perché orientarsi non significa indovinare il futuro

Scegliere chi diventare

Quando un ragazzo deve scegliere una scuola, un’università o un percorso professionale, la domanda che più frequentemente gli viene rivolta è:

«Che cosa vuoi fare da grande?»

È una domanda comprensibile, ma spesso arriva troppo presto e pretende una risposta troppo definitiva.

A quattordici, diciotto o vent’anni non è sempre possibile sapere quale lavoro si svolgerà nel corso della vita. Il mondo cambia rapidamente, le professioni si trasformano e molte delle attività che esisteranno domani oggi non hanno ancora un nome preciso.

Ma c’è una difficoltà ancora più profonda: prima di scegliere che cosa fare, una persona dovrebbe iniziare a comprendere chi sta diventando.

Una scelta non è la previsione del futuro

Orientarsi non significa indovinare una volta per tutte il proprio futuro.

Significa imparare a osservare se stessi, comprendere il contesto e costruire una scelta possibile sulla base delle informazioni disponibili in quel momento.

Ogni decisione importante nasce dall’incontro tra elementi diversi:

  • interessi e curiosità;
  • capacità già sviluppate;
  • potenzialità ancora da esplorare;
  • valori personali;
  • vincoli concreti;
  • opportunità formative e professionali;
  • disponibilità ad assumersi la responsabilità della scelta.

Nessun test, da solo, può mettere insieme tutto questo.

I test possono offrire indicazioni utili, far emergere preferenze o aprire nuove domande. Diventano però pericolosi quando vengono utilizzati come sentenze:

«Questo è il percorso adatto a te.»

Una persona è sempre più complessa del risultato di un questionario. Può scoprire interessi che ancora non conosce, sviluppare capacità che oggi non possiede e modificare nel tempo il proprio modo di leggere se stessa e il mondo.

Il rischio di scegliere per paura

Molte decisioni non nascono da ciò che desideriamo costruire, ma da ciò che vogliamo evitare.

Si sceglie un percorso perché sembra più semplice, perché lo hanno scelto gli amici, perché rassicura la famiglia o perché si teme di non essere abbastanza capaci per affrontare una strada più impegnativa.

In altri casi si sceglie per corrispondere all’immagine che gli altri hanno costruito di noi.

Il ragazzo “bravo in matematica” dovrebbe diventare ingegnere.

Quello “portato per le materie umanistiche” dovrebbe scegliere lettere.

Chi ottiene voti mediocri dovrebbe limitare le proprie ambizioni.

Sono semplificazioni che rischiano di trasformarsi in gabbie.

Le competenze contano, naturalmente. Ma non sono immobili. Possono crescere, indebolirsi, trasformarsi. Una difficoltà incontrata oggi non stabilisce necessariamente il limite di ciò che una persona potrà diventare domani.

Orientarsi significa anche imparare a distinguere ciò che desideriamo realmente da ciò che scegliamo soltanto per paura, per compiacere qualcuno o per evitare il rischio di fallire.

Scegliere significa anche rinunciare

Ogni scelta autentica contiene una rinuncia.

Scegliere una direzione significa lasciare, almeno temporaneamente, sullo sfondo altre possibilità. È una delle ragioni per cui decidere può fare paura.

A volte continuiamo a raccogliere informazioni non perché ne abbiamo davvero bisogno, ma perché speriamo di eliminare completamente il dubbio. Cerchiamo la facoltà perfetta, il lavoro sicuro, la decisione priva di rischi.

Quella decisione, però, non esiste.

La maturità non consiste nell’avere tutte le risposte, ma nel saper scegliere anche quando una parte di incertezza rimane.

Una buona decisione non è necessariamente quella che garantisce il risultato migliore. È quella che, nel momento in cui viene presa, appare sufficientemente coerente con la persona che siamo, con la realtà in cui viviamo e con la direzione che desideriamo esplorare.

Scegliere non significa assicurarsi che nulla andrà storto. Significa assumersi la responsabilità di un primo passo, sapendo che la strada potrà essere riletta, corretta o trasformata.

Il futuro si costruisce anche attraverso le risposte

Nella vita accadono eventi che non abbiamo scelto: un fallimento, un cambiamento inatteso, una porta che si chiude, un incontro che modifica le nostre priorità.

Non controlliamo tutto ciò che ci accade. Possiamo però lavorare sulla risposta che costruiamo.

È per questo che dico spesso ai miei studenti:

«L’esperienza non è ciò che ci accade, ma ciò che impariamo da ciò che ci accade.»

Vivere un evento, infatti, non significa automaticamente comprenderlo. Possiamo attraversare molte situazioni senza riuscire a trasformarle in autentica esperienza.

L’esperienza nasce quando ci fermiamo a interrogarci su ciò che è accaduto, riconosciamo quello che ha messo in luce e proviamo a trasformarlo in conoscenza, consapevolezza e direzione.

Lo stesso evento può diventare una condanna, un alibi oppure un’occasione di comprensione.

Non perché ogni difficoltà sia positiva. Il dolore resta dolore, una perdita non smette di essere una perdita e un fallimento non diventa improvvisamente desiderabile.

Ma anche ciò che ci ferisce può essere elaborato e trasformato in qualcosa che ci aiuti a comprendere meglio noi stessi, i nostri limiti, le nostre risorse e il modo in cui desideriamo continuare a vivere.

La risposta che diamo agli eventi contribuisce a creare la nostra traiettoria.

Per questo l’orientamento non dovrebbe limitarsi alla scelta di una scuola o di un’università. Dovrebbe aiutare la persona ad acquisire strumenti che resteranno utili anche nelle transizioni successive:

  • conoscersi senza irrigidirsi in un’etichetta;
  • riconoscere risorse e limiti;
  • leggere la realtà con realismo;
  • distinguere il desiderio dalla pressione esterna;
  • affrontare il dubbio;
  • assumersi la responsabilità delle proprie decisioni;
  • imparare da ciò che accade;
  • correggere la direzione quando necessario.

Non decidere al posto dell’altro

Chi accompagna una persona in una scelta dovrebbe resistere alla tentazione di sostituirsi a lei.

Genitori, insegnanti, orientatori e professionisti possono offrire esperienza, domande, strumenti e punti di vista. Non dovrebbero però impossessarsi della decisione.

Dire a un ragazzo che cosa deve fare può sembrare una forma di protezione. In realtà rischia di sottrargli l’occasione di imparare a scegliere.

Anche una decisione imperfetta, quando viene compresa e assunta responsabilmente, può diventare un’occasione di crescita. Al contrario, una scelta apparentemente giusta, ma compiuta soltanto per obbedire alle aspettative altrui, può lasciare la persona estranea alla propria vita.

Una relazione di aiuto autentica non consegna risposte preconfezionate.

Crea le condizioni perché la persona possa vedere con maggiore chiarezza ciò che sta vivendo, riconoscere le proprie possibilità, confrontarsi con la realtà e costruire una risposta che senta realmente propria.

Accompagnare non significa indicare dall’alto una strada. Significa aiutare l’altro a diventare progressivamente capace di orientarsi anche quando, in futuro, non saremo più accanto a lui.

La domanda più utile

Forse dovremmo smettere di chiedere soltanto:

«Che cosa vuoi fare da grande?»

E iniziare a domandare:

«Quale persona desideri diventare?»

Non è una domanda astratta.

Porta a riflettere sul modo in cui vogliamo lavorare, sulle responsabilità che siamo disposti ad assumere, sulle competenze che desideriamo sviluppare, sulle relazioni che vogliamo costruire e sul contributo che intendiamo offrire agli altri.

Il lavoro è una parte importante della vita, ma non esaurisce l’identità di una persona.

Possiamo cambiare professione, ruolo, organizzazione e progetto. Ciò che progressivamente costruiamo, però, è il modo in cui scegliamo di stare nelle situazioni, di affrontare le difficoltà, di esercitare la nostra libertà e di rispondere a ciò che la vita ci presenta.

Orientarsi significa allora scegliere un primo tratto di strada senza pretendere di conoscere l’intero percorso.

Significa iniziare a camminare, osservare ciò che si incontra, imparare da ciò che accade e assumersi la responsabilità di correggere la direzione.

Perché il futuro non è qualcosa che dobbiamo semplicemente scoprire.

È qualcosa che, almeno in parte, contribuiamo a costruire attraverso le nostre scelte, le nostre risposte e la persona che decidiamo, giorno dopo giorno, di diventare.